Giotto, Invidia, Cappella degli Scrovegni, Padova, inizio del XIV secolo.
Nell’Invidia dipinta da Giotto alla Cappella degli Scrovegni, la figura è avvolta dalle fiamme e dalla sua bocca esce un serpente che si ritorce verso gli occhi. È un’immagine dell’inizio del Trecento, eppure possiamo guardarla senza avvertire una grande distanza da ciò che accade intorno a noi, qualche volta anche dentro di noi. Il veleno prende la via della parola, mentre chi lo produce continua a bruciare e perde la possibilità di vedere. ¹
Mi interessa soprattutto quel movimento del serpente, perché suggerisce qualcosa che tendiamo a trascurare quando pensiamo all’invidia soltanto come a un sentimento sgradevole rivolto contro qualcuno. Le parole con cui svalutiamo gli altri possono diventare, a forza di ripeterle, il modo attraverso il quale interpretiamo l’esistenza. Cominciamo insinuando che una persona generosa abbia un secondo fine e finiamo per non riconoscere più la generosità; attribuiamo ogni risultato alla furbizia e, poco alla volta, ci convinciamo che impegnarsi onestamente sia una forma di stupidità. Nel tentativo di togliere valore a qualcuno, rendiamo meno vivibile anche il nostro mondo.
L’invidia può cominciare con un disagio quasi impercettibile davanti a una buona notizia. Una persona che conosciamo ha realizzato qualcosa, è stata apprezzata, ha trovato un equilibrio che prima non aveva, e noi avvertiamo una contrazione che ci sorprende. Non ci è stato portato via niente, almeno in quella circostanza, ma sentiamo ugualmente di avere perduto qualcosa. Il bene dell’altro sembra rendere più evidente una nostra mancanza, oppure mette in discussione l’immagine nella quale ci eravamo sistemati: quella di essere più capaci, più meritevoli, più profondi di quanto il mondo fosse disposto a riconoscere.
Proprio la vicinanza può rendere difficile questo incontro. Ammiriamo senza troppi problemi qualcuno che appartiene a un mondo lontano, mentre il risultato di un amico ci obbliga a un confronto più scomodo, perché conosciamo il suo punto di partenza e ricordiamo quando eravamo, almeno ai nostri occhi, sullo stesso piano. Invece di interrogarci su ciò che desideriamo e sulle possibilità che abbiamo trascurato, possiamo cominciare a esaminare i suoi difetti, con una diligenza che sarebbe stata utilissima se l’avessimo impiegata nella nostra vita.
Quando la reazione si fa passare per pensiero
Immaginiamo di ricevere il messaggio di un conoscente che ci comunica un riconoscimento ottenuto dopo anni di lavoro. Gli rispondiamo con le congratulazioni appropriate, poi raccontiamo la notizia a qualcun altro aggiungendo un particolare che ne riduce il valore: in fondo aveva le conoscenze giuste, quel premio non conta molto, ormai basta sapersi vendere. Può anche esserci qualcosa di vero nelle nostre osservazioni; ciò che meriterebbe attenzione è la fretta con cui abbiamo sentito il bisogno di formularle, prima ancora di interessarci a quello che era realmente accaduto.
È qui che l’automatismo diventa difficile da riconoscere, perché non si presenta come un movimento meccanico, ma con tutte le apparenze di una valutazione personale. Siamo convinti di ragionare con la nostra testa, mentre potremmo stare cercando le argomentazioni necessarie a sostenere una reazione già avvenuta. Il fastidio ha preceduto il giudizio, ma nel racconto che facciamo a noi stessi l’ordine viene rovesciato: ci sentiamo infastiditi perché abbiamo capito come stanno le cose.
Ammettere che il successo di qualcuno ci fa soffrire ci esporrebbe a una domanda sulla nostra condizione, e quella domanda potrebbe portarci verso una delusione che non abbiamo elaborato, un desiderio mai preso sul serio, una paura di non essere abbastanza. Attribuire un difetto all’altro ci permette invece di restare al riparo. La sofferenza trova un responsabile esterno e noi possiamo continuare a considerarci persone lucide, forse persino coraggiose, perché abbiamo detto ciò che gli altri non osavano dire.
Conoscere questo meccanismo non significa essere al sicuro dalle sue conseguenze. Anche la cultura, quando viene usata per difendere un’immagine di sé, può procurare all’invidia argomenti più sofisticati e un linguaggio meno riconoscibile. Si può parlare a lungo di coscienza e di libertà, per poi diventare improvvisamente meschini quando un’altra persona riceve l’attenzione che ritenevamo destinata a noi. La contraddizione dovrebbe interessarci più dell’abilità con cui riusciamo a giustificarla.
C’è anche un equivoco da evitare, perché l’accusa di invidia può essere usata per mettere a tacere qualsiasi critica. Un risultato può essere immeritato, una posizione può derivare da un privilegio, una persona apprezzata può comportarsi in modo scorretto. Chi segnala questi fatti non deve essere obbligato a dimostrare di possedere un animo puro prima di essere ascoltato. Le sue osservazioni vanno esaminate per ciò che mostrano e per le prove che portano; nello stesso tempo, ciascuno di noi può domandarsi quanto gli importi comprendere un’ingiustizia e quanto, invece, gli procuri sollievo la possibilità di vedere cadere qualcuno.
Il disprezzo come abitudine
Quando la svalutazione si ripete, può diventare un modo abituale di stare in relazione. Si ascolta una proposta cercandone subito il punto debole, si accoglie un entusiasmo con una smorfia, si considera sospetto chi mostra fiducia in qualcosa. Alla fine il disincanto sembra l’unico atteggiamento compatibile con l’intelligenza, mentre tutto ciò che comporta partecipazione, rischio e apertura viene lasciato agli ingenui.
In questa condizione il cinismo offre una protezione piuttosto efficace, almeno finché non ci accorgiamo del suo costo. Chi considera inutile ogni tentativo non è tenuto a tentare, e chi ha stabilito che tutti agiscono per interesse può evitare la fatica di distinguere fra comportamenti diversi. Una spiegazione universale ci risparmia molti incontri con la realtà, ma ci impedisce anche di imparare da essi. Il mondo viene ridotto a quello che siamo già disposti a pensare.
È un impoverimento che può assumere la forma di un nichilismo quotidiano, lontano dalla complessità della questione filosofica: niente merita fiducia, nessun legame è autentico, ogni impegno nasconde una convenienza. Questa svalutazione generale conserva spesso una curiosa eccezione per ciò che ci torna utile. La visibilità viene disprezzata finché non compare la possibilità di ottenerla, e una persona giudicata insignificante diventa improvvisamente interessante quando può aprirci una porta.
L’ipocrisia permette di convivere con questa contraddizione senza sentirne troppo il disagio. Possiamo desiderare quello che condanniamo, frequentare chi screditiamo e presentarci come estranei a un gioco del quale continuiamo a cercare i vantaggi. Il problema non riguarda soltanto la correttezza dei nostri comportamenti, perché una vita organizzata in questo modo resta dipendente dalle persone e dai riconoscimenti che dichiara di non stimare. Una parte considerevole della nostra attenzione viene spesa a sorvegliare ciò che, secondo le nostre stesse parole, non avrebbe alcun valore.
Anche le relazioni ne vengono consumate. Chi si accorge che ogni sua gioia incontra una riserva comincia a raccontare meno, a nascondere un progetto, a ridimensionare una soddisfazione prima di condividerla. L’amicizia si fa prudente e la fiducia si assottiglia, mentre chi ha alimentato quel clima può interpretare la distanza come un’ulteriore prova dell’inaffidabilità degli altri. Si ritrova così confermato in una convinzione alla quale ha contribuito con il proprio comportamento, senza riconoscere il passaggio.
La nuova diffusione di un vecchio veleno
Parlare di una nuova epidemia non significa sostenere che l’invidia sia nata con i social, né usare una diagnosi medica per descrivere un’emozione. La parola indica qui un clima di confronto e di svalutazione che può diffondersi fra le persone fino a essere percepito come normale. L’immagine di Giotto ci ricorda quanto sia antico il problema; la questione contemporanea riguarda le occasioni nelle quali lo alimentiamo e il tempo della nostra vita che gli rendiamo disponibile.
Davanti a uno schermo possiamo mettere a confronto la nostra esistenza intera con frammenti scelti delle esistenze altrui. Di noi conosciamo la fatica, le esitazioni, le giornate inconcludenti, mentre dell’altro incontriamo una fotografia, una notizia, un momento riuscito. Anche sapendo che quella rappresentazione è incompleta, possiamo cominciare a sentirci in ritardo rispetto a una vita che nessuno sta vivendo nella sua interezza, perché l’abbiamo composta noi mettendo insieme la felicità di uno, il denaro di un altro e la libertà di un terzo.
Il rapporto fra osservazione passiva dei social, invidia e peggioramento del benessere emotivo è stato esaminato anche sperimentalmente. In due studi pubblicati nel 2015, Philippe Verduyn e colleghi riscontrarono questo legame nell’uso passivo di Facebook. Il risultato riguarda quelle condizioni e non autorizza a considerare ogni utilizzo dei social dannoso; offre però una ragione per osservare con attenzione che cosa facciamo mentre crediamo semplicemente di passare il tempo. ²
La possibilità di condividere il disprezzo aggiunge un’altra dimensione al problema. Una battuta cattiva può trovare approvazione, un’insinuazione può essere ripetuta senza che nessuno si assuma la responsabilità di verificarla, e il piacere di appartenere a un gruppo può rendere meno visibile la crudeltà di ciò che sta accadendo. Non occorre sentirsi animati da un odio particolare per contribuire a umiliare qualcuno: a volte basta seguire la conversazione, aggiungere qualcosa, non voler restare fuori.
Sarebbe comodo attribuire tutto questo alla tecnologia, perché ci consentirebbe di riconoscere il condizionamento senza interrogarci sulla disponibilità con cui vi partecipiamo. Gli strumenti possono amplificare certe dinamiche, ma la nostra responsabilità comincia anche nel momento in cui scegliamo di rilanciare un sospetto, di cercare una conferma al nostro rancore o di tornare a controllare la persona che ci procura fastidio. Spegnere lo schermo può essere utile; occorre poi accorgersi di ciò che continua a lavorare dentro di noi quando lo schermo è spento.
Non esiste, in questo senso, un vaccino che ci permetta di considerarci definitivamente estranei all’invidia. Possiamo avere compreso molte cose e ritrovarci, in una circostanza diversa, a reagire senza vederci. Il lavoro sulla consapevolezza riguarda proprio questa possibilità di riconoscere ciò che accade mentre accade, senza accontentarci della buona opinione che abbiamo costruito di noi stessi.
Quando sentiamo il bisogno di sminuire qualcuno, possiamo restare per un momento a contatto con quel bisogno, invece di trasformarlo subito in una frase da pronunciare. Potremmo scoprire di essere amareggiati per una possibilità perduta, oppure di desiderare davvero qualcosa che non abbiamo mai avuto il coraggio di perseguire. Potremmo anche accorgerci che stiamo inseguendo un modello di successo del quale, guardando meglio, ci importa assai poco. Nessuna di queste comprensioni nasce dall’obbligo di essere buoni, e nessuna richiede di fingere una gioia che non proviamo.
Riconoscere la propria sofferenza lascia comunque intatta la responsabilità per quello che facciamo agli altri. Un’insinuazione già diffusa può dover essere corretta, un rapporto può richiedere delle scuse, una fiducia compromessa non torna per il solo fatto che abbiamo capito qualcosa di noi stessi. La comprensione comincia ad avere consistenza quando modifica il nostro comportamento, anche nei punti poco gratificanti nei quali non riceveremo alcun applauso.
Tornando alla figura di Giotto, possiamo guardare quel serpente come un’immagine della difficoltà di vedere quando siamo occupati a difenderci da ciò che vediamo. Il bene di un altro può incontrare una nostra mancanza senza diventare per questo la sua causa, e accettare questa distinzione ci restituisce almeno la possibilità di occuparci di ciò che ci appartiene. Mentre aspettiamo che qualcuno perda quello che possiede, passa anche il tempo della nostra vita, con le cose che potremmo ancora comprendere, costruire e vivere.
Riferimenti
¹ Musei Civici di Padova, Invidia, scheda dell’opera.
² Philippe Verduyn e colleghi, Passive Facebook usage undermines affective well-being: Experimental and longitudinal evidence, «Journal of Experimental Psychology: General», 2015, 144(2), pp. 480-488. DOI: 10.1037/xge0000057.
Lo spunto iniziale per questa riflessione viene da una pagina della rivista «Mind», p. 39, dedicata all’invidia.


